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il segno dei tempi

Perchè non devono vincere i robot

Intervengo nel dibattito sulla scuola perchè il problema pare più ampio. Ed è l’informatizzazione della società. Ne parlavamo casualmente proprio ieri nella lezione di giornalismo promossa dall’associazione “Noi”, ovvio – di questi tempi – rigorosamente a distanza. E’ venuto fuori a un certo punto un dibattito sui millenials. “Loro sì che sono preparati” “Invece no, siamo stati più bravi noi che non avevamo gli strumenti”. C’è in effetti troppa enfasi sui nativi digitali. E’ vero, smanettano da campioni ma su cosa poi? Sui giochi, sugli effetti, tanto è vero che la piattaforma preferita è Instangram fatta di molte immagini e poche parole. Eppoi, quanto sfruttano le potenzialità di smartphone da mille euro? Magari solo l’uno per cento, i più bravi forse arrivano al dieci. Mio figlio, nato invece negli anni 70, è stato tirato su a pane e Commodore e già ai tempi delle scuole medie, si diplomò in informatica: oggi sicuramente sta oltre me. E questo vecchietto allora che vi scrive? Ho aperto il primo blog ufficialmente vent’anni fa, ma in realtà intuendo l’importanza della digitalizzazione molto prima di colleghi più giovani. Ma come? Abbonandomi a un sito americano, “Homestead”, in cui dovevi letteralmente costruire una pagina web. Dovevi capirne qualcosa di più e allora giù a studiare il codice Htlm per scegliere grafica e colori. Non… come da un certo punto in poi in cui hanno cominciato a offrire tutti gli strumenti, basta cliccare. Completamente autodidatta, nelle notti buie e tempestose nella valle del Don mi sono affidato alla curiosità per conoscere a fondo il computer, sacrificando qualche bel filmato in televisione di propaganda sovietica. Però poi tornato a Mosca potevo permettermi di diventare l’istruttore informatico di un monumento come Demetrio Volcic.

Più capivo l’importanza dello strumento più ero intenzionato ad imparare. Ero riuscito ad entrare nei sotterranei della Lubianka e mi misi a scrivere il primo in assoluto dei miei quindici libri, “Armir, sulle tracce di un esercito perduto”. Una faticata! Scritto a macchina poi spedito per fuorisacco a Roma attraverso i canali della sede Rai. Quindi bozze, correzioni, davvero un’impresa. Certo una passeggiata oggi con il pc, dove puoi correggere, spostare, fare tutto quello che vuoi. Devo citare anche un altro particolare. Nella valle del Don per telefonare in Italia, allora, bisognava andare all’ufficio postale e prenotare la chiamata: parlo del 1991. Te la davano tre giorni dopo. Sono tornato in quei villaggi esattamente vent’anni dopo con il mio fantastico Blackberry e stavo come alla periferia di Roma. In vent’anni, che sono niente, una rivoluzione. Appartengo alla generazione di cronisti con le “saccocciate” di gettoni per dettare i pezzi al telefono, le prime schede e i primissimi cellulari che erano grandi quanto una centrale. Fino a ieri, dove per colpa di un virus maledetto, ci siamo inventati una lezione da casa in 35 addirittura presentando anche filmati. Certo proprio come una DDA, che continuo a chiamare ostinatamente “didattica a distanza” perchè odio le sigle e tutte le inutili sintesi come una k per guadagnare solo una vocale. E’ andata benissimo, ci siamo divertiti, ma che differenza di quando sono andato di persona, scorgendo sorridi, lampi interrogativi e anche qualche botta di sonno impellente.

Ci siamo. Approfitto da tempo dei nuovi strumenti perchè non rifiuto il progresso ma conservo l’anima. Rifuggo da relatori che arrivano con migliaia di slides, impersonali, che non guardano in faccia il pubblico ma preferisco convegnisti che puntano sull’empatia e offrono un interessante eloquio. Il problema non è di essere capaci o incapaci, ma quale strada percorrere. Basti pensare che questa ridicola “didattica a distanza” è l’unica possibile in tempo di emergenza ma non può e non deve essere il futuro. E’ assolutamente falso che abbiamo professori impreparati, quando sono gli studenti per primi a rifiutare una scuola così. Non sono pronti tecnologicamente, a prescindere dalle leggende, e amano lo studio tradizionale. Perchè una scuola così è un po’ all’americana e può produrre solo nuovi cittadini-robot che non conoscono nè storia nè geografia e magari scoprono che nel mondo esiste Roma, mi è successo con i marines a Baghdad, perchè…. “oh, the Gladiator!” insomma solo perchè hanno visto il film.

Ricordo che a Islamabad, un rampante collega che pensava di stare oltre, leggeva lo “stand up” al tablet. Il suo operatore si girò verso di me che stavo seduto su un gradino scrivendo sul mio piccolo Moleskine, ed esclamò: “oh, finalmente un giornalista!” Infatti amo, delle foto che mi hanno scattato in situazioni operative, quelle che mi sorprendono con un taccuino in mano. Come Montanelli. Ho un’età in cui qualcuno vorrebbe spedirci al macero, nel mio lavoro ho attraversato tutto, dalla pellicola all’elettronica al digitale, ho cominciato a scrivere con la penna d’oca e ora uso il computer. Ma sfido chiunque a pensare di essere più avanti di me. Carmelo Bene diceva: “Noi siamo quelli che siamo stati”. Guai a prendersi gioco del passato. Io voglio professori come quelli che ho amato. Educatori, non robot. Faccio tutto online, ma ricordiamoci di McLuhan, padre del villaggio globale, che già negli anni ’60 ammoniva dal rischio di “affittare il cervello”. Restiamo umani.

 

About pinoscaccia

già redattore capo Rai inviato speciale Tg1

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