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tribù

L’addio disperato di Cesare Pavese

Cattura16

“Non fate troppi pettegolezzi”. Questa frase, sporca di fango, mi è rimasta dentro. Me la ritrovai fra le mani una mattina del 1993, o 1994 non ricordo, quando entrai nella casa natale di Cesare Pavese, a Santo Stefano Belbo, nelle Langhe. L’alluvione aveva devastato tutto ma un maresciallo-pilota coraggioso ed esperto della Guardia di Finanza riuscì ad atterrare su un costone. Andammo in quel cascinale, dove Pavese nacque nel 1908, e i finanzieri mi passarono quel foglio vergato sulla prima pagina di un libro molto caro, “Dialoghi con Leucò”. Appoggiato su un comodino, era stato recuperato fra i detriti. Non so adesso dove sia quella pagina ma l’aver avuto fra le mani le righe di addio di un grande scrittore in qualche maniera mi ha arricchito.

Cattura18Pavese in realtà, solo e depresso, ingoiò quella dose letale di barbiturici a Torino, all’hotel Roma, un nome che ricorre adesso per uno strano destino come simbolo della tragedia di Amatrice. Ma quell’albergo era solo il passaggio finale di una vita angosciata interrotta troppo presto, a soli quarantadue anni, la notte fra il 26 e il 27 agosto del 1950. Ma quel foglio con l’appunto disperato era stato portato in quel cascinale, diventato ormai un museo. “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”. Ne ho passate tante: questo è un ricordo piccolo ma a cui tengo molto, mischiato fra animali appesi agli alberi, una valle gonfia d’acqua, notti drammatiche e la bravura di gente in divisa. Per questo, e per molto altro, mi sento un privilegiato.

About pinoscaccia

già redattore capo Rai inviato speciale Tg1

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