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La tristezza di un mondo finto, inventato

corona

Oggi mi gira male. Mi è bastato vedere le immagini della folla adorante, nella mia città, intorno all’uomo-vetrina per cambiarmi l’umore. Corona che sta seduto senza espressione, come un oggetto, davanti a ragazze (e non solo) inebriate a far la fila per un selfie, immortalando un simbolo di che? Sicuramente di una società ormai malata, finta, che vive di illusioni. Complimenti a lui, certo, che ha saputo interpretare questo mondo di carta, ma molta tristezza per chi ci è cascato. Pensateci un momento: ma come si vive oggi? Dentro a Suv fasulli, con l’occhio fisso sullo smartphone, disperati eppure indebitati per una vacanza cult. Schiavi dei social network con il “bisogno compulsivo di controllare il proprio profilo” e “la tendenza all’isolamento dal mondo reale e facilità a cadere in depressione”. Tutto bello, tutto nuovo ma anche soggetto a grandi rischi. Soprattutto la dipendenza. A tal punto che in qualche città (Anversa è stata la prima) sono nate le “strade” per chi cammina con lo sguardo sul telefonino oppure la nascita, a Pechino, di un centro di riabilitazione. La Cina è stata il primo Paese a riconoscere la dipendenza da Internet come un disordine clinico. Il centro si chiama “The Base” e il dottor Tao che lo dirige dice che “i giovani pazienti soffrono spesso di depressione. La dipendenza da internet li ha isolati dalla famiglia e dagli amici, li ha distaccati dalla realtà”. Una nevrosi che paradossalmente colpisce tuttavia soprattutto gli adulti.

Ho affrontato il problema nel mio ultimo libro, “Giornalismo, ritorno al futuro” che non è certo destinato solo agli aspiranti reporter e che forse meriterebbe maggiore attenzione. Non solo è cambiata la comunicazione, ma siamo cambiati noi, affittando il cervello come temeva già McLuhan, “inventore” del villaggio globale. Dico, per esempio, che i social network hanno tirato fuori i nostri peggiori istinti. Gli invidiosi 2.0 si raggruppano sotto l’etichetta di haters, odiatori. I vendicatori del web agiscono schermati da un nickname e imperversano online con commenti durissimi, insulti, provocazioni. Secondo l’Urban Dictionary l’hater è qualcuno che non è per nulla felice del successo di un’altra persona. Non desidera essere la persona che disprezza, ma vuole solo colpirla duramente. Piuttosto che sentire che si è noi stessi a mancare di qualcosa, ci si può sentire invidiosi di qualche altra persona che ha qualcosa che noi non abbiamo. Insomma, non sono io che manco di qualcosa, ma sei tu che hai quello che voglio.

Un mondo, ripeto, fasullo spesso mascherato dietro quella che per comodità continuerò a chiamare “second life”, cioè una realtà solo inventata, per coprire l’illusione di essere altri, migliori. Internet naturalmente non è l’inferno, siamo noi i diavoli. E continuiamo a infilarci tra le fiamme, convinti che una foto con il supertatuato Fabrizio sia il massimo da esibire. E lo eleggiamo così idolo di tutti noi: diventato ricco truffando ed esponente ideale della ribellione, sfidando ogni regola di convivenza civile. Non è colpa sua, ma di tutti noi che – ahimè – sogniamo di diventare così. Pensateci.

About pinoscaccia

già redattore capo Rai inviato speciale Tg1

Discussion

4 thoughts on “La tristezza di un mondo finto, inventato

  1. Ciao Gabbià, nun te fa er sangue tòssico! Nun se cammia! Quanno se nasce tonno nun se pole morì quadro. Serena dimenica ciao ;)

    Posted by ceglieterrestre | 12 June 2016, 12:13
  2. Reblogged this on Nella pancia della balena and commented:
    Niente da aggiungere. Leggete, leggete, leggete.

    Posted by chiarettapelle | 12 June 2016, 13:24
  3. Non c’è più religione, nel senso letterale del termine.

    Posted by Paola Menada | 12 June 2016, 14:08
  4. Da una recente indagine tra adolescenti su “che cosa vuoi fare da grande”, molto gettonati sono stati “tronista” e “velina”.

    Posted by Marco Alici | 13 June 2016, 08:33

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