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tribù

Verso il delta del Po

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Ricomincia il tour. L’ho già detto molte volte: scrivere i libri serve più a presentarli che a venderli. Sono pochissimi i fenomeni editoriali, il mercato è saturo, e quasi tutti frutto di operazioni commerciali, nate a tavolino. Per cui io, come tanti che hanno ancora voglia di scrivere, trovo la vera soddisfazione negli incontri ravvicinati, girando l’Italia così ricca di tesori, trascurata per decenni privilegiando i mondi italiani. Scopro (o riscopro) tesori incredibili, raccolgo affetto ed interesse che a un certo punto della vita non possono che far piacere. Magari torno in luoghi appena sfiorati, impegnato com’ero allora solo a raccontare. Ed è una gioia non legata solo al recupero dei ricordi, insomma alla beata gioventù passata.

Dunque domani torno in Polesine. Da stare attenti a dire Polesine: uno e centomila. Torno domani perché l‘incontro al palazzetto di Rosolina è fissato per la mattina di sabato e non farei in tempo.  Parlerò davanti a tanti giovanissimi e questo, da sempre, mi esalta specie con chi, come nella scuola media “Marin Sanudo il Giovane” tenta con successo la strada del giornalino online, ripercorrendo proprio la lezione (da far tremare i polsi)  dell’eccellente cronista veneziano autore di dettagliatissimi “Diarii” fra il Quattrocento e il Cinquecento.

Ce n’è abbastanza insomma per rendere entusiasmante una visita, ma non basta perché poi s’ntreccia anche la memoria personale. Quelle zone l’ho conosciute durante l’alluvione del Po, nell’ottobre del 2000. Scendevo dal Piemonte e c’era grande paura. Facevo dirette per il Tg1 ogni giorno: da Mantova, Borgo Forte, Ostiglia fino a Porto Tolle che sta a un passo da Rosolina. Anticipavo la piena, accompagnando per giorni tutto il tormentato percorso fino a che il grande fiume italiano non si è tuffato nell’Adriatico ponendo fine al terrore. Tutto in tempo reale: a ogni edizione spostavamo la postazione monitorando l’altezza dell’acqua: un’impresa che oggi sembrerebbe incredibile. Sottolineando anche la differenza con le cronache della grande alluvione del 1951 quando la Rai offrì le prime immagini soltanto un mese dopo: bellissime, suggestive immagini ma con il torto di sembrare più un documentario che una cronaca. Colpa naturalmente della tecnologia che da allora ha fatto ancora passi da gigante.

Ecco, parlerò forse di questo. E chissà di quanto altro ancora. Spiegando ai ragazzini veneti, i miei prossimi interlocutori, che – a dispetto degli strumenti – il mestiere del cronista resta lo stesso.

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About pinoscaccia

già redattore capo Rai inviato speciale Tg1

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